Elogio della lentezza

Elogio della lentezza

“Navigare”… Agli albori del web questo termine aveva un non so che di romantico. La connessione era regolata da modem a 56kb col loro tipico crepitio alla partenza. Ma in quei pochi kb ci sembrava di avere un mondo intero da poter esplorare e i browser ci davano corda dandosi nomi un po’ altisonanti: lo stesso, odiato, “Internet Explorer” o “Netscape Navigator” ci facevano sentire odierni Magellano dell’era digitale. Solo che si partiva per un globo fatto di pixel, byte e codici binari.

Prima di partire, da buoni navigatori, bisognava pianificare il percorso perché quando iniziava il caricamento di una pagina non si poteva far altro che aspettare. E intanto guardavi lo schermo, minuti e minuti, in attesa estatica che qualcosa si rivelasse. La navigazione era certo più lenta (oggi la chiameremmo semplicemente “esasperante”) ma allora ci sembrava normale e il tempo passato ad attendere che una pagina si caricasse ce la rendeva più appetibile. Una volta “atterrati” sulla pagina, non ci restava che leggerla.

A pensare al web di allora, mi viene un po’ di nostalgia, lo ammetto. Ora tutto è regolato dalla velocità e i “Grandi” (Google e Facebook per fare due nomi a caso) sanno cosa vogliamo prima ancora che lo pensiamo. Non c’è più bisogno di navigare: tutto è a portata di mano: veloce, facile, indolore. Quello di cui abbiamo bisogno, quello che non abbiamo nemmeno chiesto, ma che mamma Facebook e papà Google pensano siano le cose migliori per noi (in base ai nostri interessi, al sesso, ai click, alle esperienze fatte in precedenza) si trova sulla bacheca, o ai primi 3 posti di una ricerca. Ma le informazioni che ci arrivano sono troppe e troppo veloci per essere assorbite.

Io passo almeno 8 ore della mia giornata sul web. Ci lavoro, ma è solo una giustificazione. Perché quando non lavoro passo lo stesso del tempo su internet, quello libero. E così le ore diventano 9, 10, a volte anche di più. A far cosa? a vedere cosa succede lì fuori, stando qui dentro: una finestra sul mondo. Qualche volta cerco articoli inerenti al mio lavoro, tutorial, risorse online. Ma superare la prima pagina di ricerca è veramente difficile. Per tutto il resto del tempo c’è Facebook, Tumblr, Instagram, e non serve cercare nulla. Se succede qualcosa, se muore qualcuno di importante vieni avvisato tempestivamente. Vuoi una bella citazione? ne trovi a bizzeffe. Peccato che le fonti  siano quasi sempre sbagliate e peccato che se qualcosa di errato inizia malauguratamente a circolare dopo poche ore si impossessa automaticamente della “verità”. Eccolo qui un altro problema del web: non si controllano le fonti. Il fatto di averlo letto, il fatto che sia stato postato da un amico e commentato, o condiviso, ci dà la certezza che sia vero. Non è così, sul web si può bleffare. E’ quello che ha fatto un ragazzo per dimostrare quanto siamo creduloni e poco attenti: alla morte di un personaggio famoso ha modificato la sua pagina di Wikipedia, inserendo un aforisma inventato di sana pianta. Dato che per controllare una modifica Wikipedia ci mette qualche giorno, ecco che l’aforisma è passato e diventato di dominio pubblico utilizzato non solo dagli utenti qualsiasi, ma dai giornalisti di testate nazionali. Anche le notizie sono veloci: non c’è tempo di controllare ed ecco che in rete si diffondono notizie false. Tanto che importa: dopo un giorno la cosa è già stata dimenticata. Peccato che le cose scritte restino lì, su milioni di pagine, ad accreditare il falso.

Di tutto questo tempo, di tutte le informazioni che passano sotto i miei occhi, vere o false che siano, ne resteranno due o tre. E io spero che il mio cervello abbia la fortuna di selezionare quelle “vere” sulle tante false che girano. Ma a cosa serve memorizzare informazioni se tutto quello che interessa avviene in tempo reale ed è già indicizzato, aggiornato e commentato? Non c’è quasi più bisogno di una memoria storica, basta una memoria usb. Le cose avvengono talmente in tempo “reale” che la vita virtuale di molti ha superato abbondantemente quella reale. Non stiamo più navigando: siamo in alto mare e stiamo annegando in questo flusso incessante di informazioni.

Lo so, sono un po’ discorsi da vecchi. Di quelli seduti ai tavolini di un bar, che guardano e scuotono la testa sul nuovo che avanza. Di quelli che camminano incrociando le mani dietro la schiena e che quando cominciano un discorso lo fanno sempre con “Eh. Ai miei tempi!
Ma che volete. Sarà l’età che avanza, o che fuori c’è il sole e Cinzia (la mia bicicletta) ha le ruote che scalpitano e io sono qui ad aspettare che arrivi un possibile acquirente della mia casa. Sarà che per amare davvero qualcosa devi conoscerla nei pregi e nei difetti.

Sarà che ogni tanto c’è bisogno di rallentare, rallentare fino al punto di cogliere il bello che c’è intorno, reale o virtuale che sia.

Rallentare per far si che le informazioni che arrivano siano assimilate e che non ci attraversino come se fossimo trasparenti.

Rallentare, per riprendere un ritmo più umano e meno virtuale.

Rallentare, per renderci conto che, in fondo, questo da cui osserviamo la “realtà” e il mondo social che ci circonda, è pur sempre un monitor e non ci restituirà mai una carezza, una pacca sulla spalla o un abbraccio.

Rallentare, perchè anche la creatività ha bisogno di tempo, di colori, di odori, di sapori e rallentando non saremo meno efficienti. Saremo solo un po’ più attenti ai dettagli e più concentrati. Saremo meno distratti e più curiosi. 

Bussano, finalmente: è arrivato il momento di cliccare sul tasto di spegnimento.

Rossella Teti
Written by Rossella Teti

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